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Il progetto israeliano di spegnere Gaza si sta realizzando.
(troppo vecchio per rispondere)
Rocco Catalano
2017-08-10 20:52:16 UTC
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Umberto De Giovannangeli :Nel buio e nel silenzio, Gaza sta morendo…

Pubblicato da ab il 10/8/17 • Inserito nella categoria: Primo Piano,Strillo

mercoledì 9 agosto 2017
Nel disinteresse generale è un’immensa prigione a cielo aperto, isolata
dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo
A Palestinian woman holds her child as she walks out of her house lit by
a torch during a power cut in Khan Younis, in the southern Gaza Strip,
July 3, 2017. REUTERS/Mohammed Salem SEARCH “GAZA HEAT” FOR THIS STORY.
SEARCH “WIDER IMAGE” FOR ALL STORIES.
Umberto De Giovannangeli
Non sempre è possibile verificare sul posto la profondità e la
fondatezza di un report. A me è capitato in una notte buia a Gaza. Una
notte fatta di silenzio spettrale, di case al buio, di una esistenza che
riduce, nella quotidianità, anche il suo spazio vitale. Dopo i
riflettori internazionali, nella Striscia si spegne anche la luce.
L’oscurità è la dimensione del presente che si perpetua all’infinito.
Gaza sta morendo, nel disinteresse generale. Semplicemente, non fa più
notizia. Eppure, questa immensa prigione a cielo aperto, isolata dal
mondo e messa in ginocchio dall’embargo imposto dodici anni fa da
Israele e mai cessato, è un condensato di rabbia e frustrazione che
potrebbe riesplodere da un momento all’altro.
La politica, con lo scontro interno al campo palestinese tra Hamas e
l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, per una volta lascia il
passo alla umanità che reclama voce in questa torrida e buia estate.
Gaza è macerie e risentimento, dignità e resistenza. La presenza armata
di Hamas si è fatta più stringente, oppressiva: è una dimostrazione di
forza che serve per ammonire la popolazione da possibili rivolte e al
tempo stesso è un messaggio lanciato ai gruppi salafiti che guardano
ancora all’Isis come al “veicolo” di una Jihad globale impiantata in
Palestina. A volte, e questa è una di quelle, l’occhio aiuta a percepire
l’essenza del momento più di tante esternazioni di leader politici in
cerca di consenso. E l’occhio annota una Gaza oscurata, piegata, che
chiede al mondo conto di un silenzio che si fa complice di punizioni
collettive che non trovano legittimità internazionale nella
rivendicazione d’Israele del suo diritto di difesa. Gli unici bagliori
che squarciano l’oscurità sono i trancianti dell’artiglieria israeliana,
che risponde con il cannoneggiamento nel Nord della Striscia al lancio
di razzi da parte di Hamas contro la città frontaliera di Ashkelon.
In questo frangente, più che analista sento di essere testimone oculare
della fondatezza di quanto contenuto nel rapporto di Oxfam reso pubblico
in questi giorni. La popolazione di Gaza affronta oggi una crisi
energetica peggiore di quella che si è verificata durante la guerra del
2014. Con la conseguenza che oggi circa 2 milioni di persone non hanno
quasi nessun accesso a servizi essenziali, come acqua corrente e servizi
igienici e moltissimi hanno a disposizione solo 2 ore di luce elettrica
al giorno. È l’allarme che Oxfam ha lanciato a tre anni dalla fine della
guerra che in 50 giorni devastò la Striscia. Una crisi – iniziata
quattro mesi fa – a causa delle tensioni che hanno portato al taglio da
parte di Israele del 40% dell’erogazione di elettricità sulla Striscia,
su richiesta della stessa Autorità Nazionale Palestinese. Una situazione
che sommata alla scarsità di carburante, alla crisi sanitaria e
salariale rende impossibile la vita della popolazione di Gaza.

“La crisi energetica a Gaza costringe centinaia di migliaia di
persone al limite della sopravvivenza, dovute alle tensioni tra le
autorità israeliane e palestinesi – rimarca Paolo Pezzati, policy
advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia –. Questa emergenza
deve essere risolta al più presto, perché a farne le spese è la
popolazione “intrappolata” all’interno della Striscia, che adesso è
seriamente minacciata dalla diffusione di malattie causate dalla quasi
totale carenza di servizi igienici e sanitari. Dopo la guerra nel 2014,
il 50% dei centri di trattamento delle acque reflue non funzionava più.
Oggi non funziona più nessun impianto. Ad agosto del 2014, 900 mila
persone necessitavano di acqua e servizi igienici, oggi questo numero è
salito a 2 milioni. Dopo l’ultima guerra, l’80 % della popolazione
viveva solo con 4 ore di elettricità al giorno, oggi la maggioranza
della popolazione solo con 2″.

È così. E a chi pontifica e dà voti dal suo salotto rinfrescato e iper
accessoriato, farebbe bene condividere anche per un solo giorno
l’esperienza di dover vivere con 2 ore di elettricità su 24. Sarebbe una
esperienza formativa. Tutto si arresta. Nulla più funziona. La vita si
ferma. Quella di oggi non è che l’ultima fase di un’escalation, iniziata
già nel 2006, con il bombardamento dell’unica centrale elettrica di
Gaza, che aveva costretto famiglie e imprese a poter usare l’elettricità
solo per otto ore al giorno. La situazione infatti è il risultato di 12
anni di blocco su Gaza, che sta mettendo a repentaglio anche la capacità
delle organizzazioni umanitarie come Oxfam di soccorrere la popolazione.

“Non c’è progetto, tra i tanti realizzati da Oxfam a Gaza per
portare alla popolazione acqua, servizi sanitari e sostenere i piccoli
agricoltori e lo sviluppo economico, che non sia stato condizionato
dalla mancanza di energia elettrica – continua Pezzati – Senza
elettricità impossibile qualunque tentativo di ripresa: non si possono
riattivare le centrali di desalinizzazione, i pescatori non possono
conservare la propria merce e gli agricoltori non possono irrigare. Chi
è impegnato in progetti informatici non può lavorare e le aziende sono
costrette a operare tagli del personale. I costi economici e umanitari
di questa crisi sono altissimi”.

Il tutto nel contesto di una delle aree più densamente popolate del
pianeta, dove si registra il più alto tasso disoccupazione al mondo:
oltre il 43%.

“Anche senza la guerra, i palestinesi a Gaza subiscono un’emergenza
umanitaria che non dà tregua. – conclude Pezzati – È vergognoso non aver
agito e aver consentito che si arrivasse a questo punto, mettendo ancora
di più alla prova 2 milioni di persone, che già soffrono gli effetti di
un blocco illegale. Una crisi che si inserisce in quella – pure
gravissima a cinquant’anni dall’inizio dell’occupazione israeliana – che
colpisce tutto il Territorio Occupato Palestinese: qui 2,3 milioni di
uomini, donne e bambini dipendono ormai dagli aiuti umanitari per
sopravvivere e 1,6 milioni non hanno cibo a sufficienza”.

Nei territori palestinesi, il 27% della popolazione è disoccupato, in
gran parte donne e 1 persona su 4 vive in povertà. Solo a Gerusalemme
Est il 75,4% dei residenti vive con meno di 2 dollari al giorno. Gli
occhi sono collegati al cuore: e verificare sul campo le parole di Oxfam
produce emozioni forti, incancellabili. Perché quei due milioni sono
persone, non numeri, sono storie, volti, speranze, dolore, i sentimenti
che permeano una popolazione che al 54% è sotto i 18 anni. Ai Khaled,
Mahmoud, Leilah, Hassam, ai tanti bambini di Gaza ai quali dopo aver
rubato l’infanzia stanno ipotecando anche il futuro.Mahmoud ha dieci
anni e, nell’ultima guerra di Gaza, ha visto morire tra le sue braccia
la sorellina Hanan, quattro anni, durante un bombardamento aereo
israeliano. Un trauma insanabile è anche quello vissuto da Feisal, 8
anni, ultimo di sei fratelli, che in un altro bombardamento, stavolta
terrestre, di Tsahal ha perso i genitori.
Negli occhi dei bambini di Gaza si legge paura, sgomento: quegli occhi,
bellissimi e affranti, sono una denuncia che lascia il segno. I nuovi
tagli limitano l’elettricità colpiscono soprattutto le persone
ricoverate in ospedale e chi ha bisogno di una macchina per vivere.
Durante le ore di blackout i residenti utilizzano generatori privati,
pannelli solari e altre sorgenti a batteria. Ma solo chi se lo può
permettere. Attualmente si stima che l’80% della popolazione che vive a
Gaza dipenda dagli aiuti umanitari. A metà luglio le Nazioni Unite hanno
pubblicato un rapporto sul peggioramento della situazione umanitaria
nella Striscia. Si dice che le falde acquifere di Gaza potrebbe
diventare inutilizzabili entro la fine dell’anno, si parla delle
continue crisi energetiche e sanitarie e del fatto che più della metà
dei due milioni di abitanti ha problemi a trovare del cibo. Il taglio
dell’elettricità a Gaza, sottolinea Oxfam, rappresenta una misura
illegale e punitiva contro un’intera popolazione, per questo motivo
Oxfam chiede che cessi immediatamente e che tutte le parti coinvolte in
questa crisi, garantiscano agli abitanti il ripristino del normale
approvvigionamento di elettricità e carburante. Per questo motivo Oxfam
ha lanciato in questi giorni in partnership con le agenzie digitali
palestinesi – la campagna #LightsOnGaza, chiedendo di garantire energia
elettrica alla popolazione della Striscia. Di fronte a un’emergenza
umanitaria di questa portata l’Autorità Nazionale Palestinese, le
autorità che de facto controllano Gaza e Israele, devono prima di tutto
garantire la sopravvivenza a Gaza, smettendo di usare la popolazione
come merce di scambio per la risoluzione di dispute politiche.

Racconta padre Raed Abushalia, già direttore della Caritas di
Gerusalemme che opera nella Striscia di Gaza:

“Dal 2006 la gente di Gaza è chiusa all’interno della Striscia di
360 km quadrati, la più grande prigione del mondo a cielo aperto! Da
allora non hanno che quattro o sei ore di elettricità al giorno. Durante
l’estate fa caldissimo! Immaginate due milioni di persone senza
elettricità; a Gaza c’è una sola stazione elettrica che non è
sufficiente al fornimento di elettricità per tutta la Striscia. Dunque
ricevono tre linee da parte dell’Egitto e sei linee di elettricità da
parte di Israele. Adesso questa nuova misura di “punizione collettiva”
ha ridotto la quantità di elettricità fornita da parte israeliana con la
scusa che le autorità palestinesi non pagano la fattura. Ma a soffrire
sono i civili che sono già poveri e devono vivere in questa situazione
che potrebbe veramente distruggere, mettere in ginocchio, tutto il
sistema sanitario. Voi dovete sapere – prosegue il responsabile della
Caritas – che non c’è cibo; dovete sapere che a Gaza secondo l’ultimo
rapporto dell’Onu, l’80% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà.
Il 46% della popolazione di Gaza è disoccupata e malgrado tutta questa
situazione drammatica continuano a mettere al mondo bambini. Quasi
cinquemila bambini nascono ogni mese! Questo vuol dire più di 55 mila
bambini all’anno. Una resistenza che io chiamo “demografica”. Allora
immaginate tutta questa popolazione che deve vivere in questa
situazione, chiusa nella più grande prigione del mondo. La situazione è
drammatica e a pagarne il prezzo è questa povera gente.

Le guerre, tre negli ultimi nove anni, oltre a lasciare morti, macerie e
distruzione hanno segnato profondamente la parte più vulnerabile della
popolazione gazawa, donne, anziani e soprattutto bambini. Statistiche
rilasciate da agenzie umanitarie internazionalialtro hanno stimato in
oltre 350mila i bambini traumatizzati dalla sola guerra del 2014;
250mila quelli che vivono in condizioni abitative non idonee. La quasi
totalità dei 950.000 bambini gazawi soffre di sintomi psicologici e
comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (PTSD),
tra cui aggressività, depressione, enuresi, flashback e un attaccamento
psicotico alla madre o ad un familiare.
Ayesh Samour, direttore dell’unico ospedale psichiatrico presente nella
Striscia, spiega: “Ai bambini di Gaza è stata negata un’infanzia normale
a causa dell’insicurezza e instabilità del loro ambiente. E non
temporaneamente. Una cultura di violenza e di morte pervade nella loro
mente, rendendoli più aggressivi e arrabbiati”. “La mancanza di
medicinali a Gaza – afferma Jehad Hessi, docente universitario e
consulente dell’ospedale ‘Ahli Arab’ – è un altro dei gravi problemi che
affliggono Gaza. Non disponiamo del 45% dei cosiddetti medicinali di
base. Non esiste radioterapia, spesso i malati oncologici cominciano un
protocollo di cure che poi devono abbandonare per l’esaurimento dei
medicinali”.
Il responsabile dell’Onu per gli Affari umanitari, Robert Piper, ha
dichiarato che Gaza è “invivibile”. Piper non ha esagerato, ha
fotografato la realtà. Una realtà voluta dagli uomini e non imposta da
una calamità naturale. Gaza si spegne. Nel silenzio del mondo…
(HUFFPOST)
Nel buio e nel silenzio, Gaza sta morendo…
Nel disinteresse generale è un’immensa prigione a cielo aperto, isolata
dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo MOHA…
ninofezzacinereporter.blogspot.com
Pubblicato da arial a 13:00

Umberto De Giovannangeli :Nel buio e nel silenzio,…

https://frammentivocalimo.blogspot.it/2017/08/umberto-de-giovannangeli-nel-buio-e-nel.html

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mercoledì 9 agosto 2017
Nel disinteresse generale è un’immensa prigione a cielo aperto, isolata
dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo
A Palestinian woman holds her child as she walks out of her house lit by
a torch during a power cut in Khan Younis, in the southern Gaza Strip,
July 3, 2017. REUTERS/Mohammed Salem SEARCH “GAZA HEAT” FOR THIS STORY.
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Umberto De Giovannangeli
Non sempre è possibile verificare sul posto la profondità e la
fondatezza di un report. A me è capitato in una notte buia a Gaza. Una
notte fatta di silenzio spettrale, di case al buio, di una esistenza che
riduce, nella quotidianità, anche il suo spazio vitale. Dopo i
riflettori internazionali, nella Striscia si spegne anche la luce.
L’oscurità è la dimensione del presente che si perpetua all’infinito.
Gaza sta morendo, nel disinteresse generale. Semplicemente, non fa più
notizia. Eppure, questa immensa prigione a cielo aperto, isolata dal
mondo e messa in ginocchio dall’embargo imposto dodici anni fa da
Israele e mai cessato, è un condensato di rabbia e frustrazione che
potrebbe riesplodere da un momento all’altro.
La politica, con lo scontro interno al campo palestinese tra Hamas e
l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, per una volta lascia il
passo alla umanità che reclama voce in questa torrida e buia estate.
Gaza è macerie e risentimento, dignità e resistenza. La presenza armata
di Hamas si è fatta più stringente, oppressiva: è una dimostrazione di
forza che serve per ammonire la popolazione da possibili rivolte e al
tempo stesso è un messaggio lanciato ai gruppi salafiti che guardano
ancora all’Isis come al “veicolo” di una Jihad globale impiantata in
Palestina. A volte, e questa è una di quelle, l’occhio aiuta a percepire
l’essenza del momento più di tante esternazioni di leader politici in
cerca di consenso. E l’occhio annota una Gaza oscurata, piegata, che
chiede al mondo conto di un silenzio che si fa complice di punizioni
collettive che non trovano legittimità internazionale nella
rivendicazione d’Israele del suo diritto di difesa. Gli unici bagliori
che squarciano l’oscurità sono i trancianti dell’artiglieria israeliana,
che risponde con il cannoneggiamento nel Nord della Striscia al lancio
di razzi da parte di Hamas contro la città frontaliera di Ashkelon.
In questo frangente, più che analista sento di essere testimone oculare
della fondatezza di quanto contenuto nel rapporto di Oxfam reso pubblico
in questi giorni. La popolazione di Gaza affronta oggi una crisi
energetica peggiore di quella che si è verificata durante la guerra del
2014. Con la conseguenza che oggi circa 2 milioni di persone non hanno
quasi nessun accesso a servizi essenziali, come acqua corrente e servizi
igienici e moltissimi hanno a disposizione solo 2 ore di luce elettrica
al giorno. È l’allarme che Oxfam ha lanciato a tre anni dalla fine della
guerra che in 50 giorni devastò la Striscia. Una crisi – iniziata
quattro mesi fa – a causa delle tensioni che hanno portato al taglio da
parte di Israele del 40% dell’erogazione di elettricità sulla Striscia,
su richiesta della stessa Autorità Nazionale Palestinese. Una situazione
che sommata alla scarsità di carburante, alla crisi sanitaria e
salariale rende impossibile la vita della popolazione di Gaza.
“La crisi energetica a Gaza costringe centinaia di migliaia di
persone al limite della sopravvivenza, dovute alle tensioni tra le
autorità israeliane e palestinesi – rimarca Paolo Pezzati, policy
advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia –. Questa emergenza
deve essere risolta al più presto, perché a farne le spese è la
popolazione “intrappolata” all’interno della Striscia, che adesso è
seriamente minacciata dalla diffusione di malattie causate dalla quasi
totale carenza di servizi igienici e sanitari. Dopo la guerra nel 2014,
il 50% dei centri di trattamento delle acque reflue non funzionava più.
Oggi non funziona più nessun impianto. Ad agosto del 2014, 900 mila
persone necessitavano di acqua e servizi igienici, oggi questo numero è
salito a 2 milioni. Dopo l’ultima guerra, l’80 % della popolazione
viveva solo con 4 ore di elettricità al giorno, oggi la maggioranza
della popolazione solo con 2″.
È così. E a chi pontifica e dà voti dal suo salotto rinfrescato e iper
accessoriato, farebbe bene condividere anche per un solo giorno
l’esperienza di dover vivere con 2 ore di elettricità su 24. Sarebbe una
esperienza formativa. Tutto si arresta. Nulla più funziona. La vita si
ferma. Quella di oggi non è che l’ultima fase di un’escalation, iniziata
già nel 2006, con il bombardamento dell’unica centrale elettrica di
Gaza, che aveva costretto famiglie e imprese a poter usare l’elettricità
solo per otto ore al giorno. La situazione infatti è il risultato di 12
anni di blocco su Gaza, che sta mettendo a repentaglio anche la capacità
delle organizzazioni umanitarie come Oxfam di soccorrere la popolazione.
“Non c’è progetto, tra i tanti realizzati da Oxfam a Gaza per
portare alla popolazione acqua, servizi sanitari e sostenere i piccoli
agricoltori e lo sviluppo economico, che non sia stato condizionato
dalla mancanza di energia elettrica – continua Pezzati – Senza
elettricità impossibile qualunque tentativo di ripresa: non si possono
riattivare le centrali di desalinizzazione, i pescatori non possono
conservare la propria merce e gli agricoltori non possono irrigare. Chi
è impegnato in progetti informatici non può lavorare e le aziende sono
costrette a operare tagli del personale. I costi economici e umanitari
di questa crisi sono altissimi”.
Il tutto nel contesto di una delle aree più densamente popolate del
oltre il 43%.
“Anche senza la guerra, i palestinesi a Gaza subiscono un’emergenza
umanitaria che non dà tregua. – conclude Pezzati – È vergognoso non aver
agito e aver consentito che si arrivasse a questo punto, mettendo ancora
di più alla prova 2 milioni di persone, che già soffrono gli effetti di
un blocco illegale. Una crisi che si inserisce in quella – pure
gravissima a cinquant’anni dall’inizio dell’occupazione israeliana – che
colpisce tutto il Territorio Occupato Palestinese: qui 2,3 milioni di
uomini, donne e bambini dipendono ormai dagli aiuti umanitari per
sopravvivere e 1,6 milioni non hanno cibo a sufficienza”.
Nei territori palestinesi, il 27% della popolazione è disoccupato, in
gran parte donne e 1 persona su 4 vive in povertà. Solo a Gerusalemme
Est il 75,4% dei residenti vive con meno di 2 dollari al giorno. Gli
occhi sono collegati al cuore: e verificare sul campo le parole di Oxfam
produce emozioni forti, incancellabili. Perché quei due milioni sono
persone, non numeri, sono storie, volti, speranze, dolore, i sentimenti
che permeano una popolazione che al 54% è sotto i 18 anni. Ai Khaled,
Mahmoud, Leilah, Hassam, ai tanti bambini di Gaza ai quali dopo aver
rubato l’infanzia stanno ipotecando anche il futuro.Mahmoud ha dieci
anni e, nell’ultima guerra di Gaza, ha visto morire tra le sue braccia
la sorellina Hanan, quattro anni, durante un bombardamento aereo
israeliano. Un trauma insanabile è anche quello vissuto da Feisal, 8
anni, ultimo di sei fratelli, che in un altro bombardamento, stavolta
terrestre, di Tsahal ha perso i genitori.
Negli occhi dei bambini di Gaza si legge paura, sgomento: quegli occhi,
bellissimi e affranti, sono una denuncia che lascia il segno. I nuovi
tagli limitano l’elettricità colpiscono soprattutto le persone
ricoverate in ospedale e chi ha bisogno di una macchina per vivere.
Durante le ore di blackout i residenti utilizzano generatori privati,
pannelli solari e altre sorgenti a batteria. Ma solo chi se lo può
permettere. Attualmente si stima che l’80% della popolazione che vive a
Gaza dipenda dagli aiuti umanitari. A metà luglio le Nazioni Unite hanno
pubblicato un rapporto sul peggioramento della situazione umanitaria
nella Striscia. Si dice che le falde acquifere di Gaza potrebbe
diventare inutilizzabili entro la fine dell’anno, si parla delle
continue crisi energetiche e sanitarie e del fatto che più della metà
dei due milioni di abitanti ha problemi a trovare del cibo. Il taglio
dell’elettricità a Gaza, sottolinea Oxfam, rappresenta una misura
illegale e punitiva contro un’intera popolazione, per questo motivo
Oxfam chiede che cessi immediatamente e che tutte le parti coinvolte in
questa crisi, garantiscano agli abitanti il ripristino del normale
approvvigionamento di elettricità e carburante. Per questo motivo Oxfam
ha lanciato in questi giorni in partnership con le agenzie digitali
palestinesi – la campagna #LightsOnGaza, chiedendo di garantire energia
elettrica alla popolazione della Striscia. Di fronte a un’emergenza
umanitaria di questa portata l’Autorità Nazionale Palestinese, le
autorità che de facto controllano Gaza e Israele, devono prima di tutto
garantire la sopravvivenza a Gaza, smettendo di usare la popolazione
come merce di scambio per la risoluzione di dispute politiche.
Racconta padre Raed Abushalia, già direttore della Caritas di
“Dal 2006 la gente di Gaza è chiusa all’interno della Striscia di
360 km quadrati, la più grande prigione del mondo a cielo aperto! Da
allora non hanno che quattro o sei ore di elettricità al giorno. Durante
l’estate fa caldissimo! Immaginate due milioni di persone senza
elettricità; a Gaza c’è una sola stazione elettrica che non è
sufficiente al fornimento di elettricità per tutta la Striscia. Dunque
ricevono tre linee da parte dell’Egitto e sei linee di elettricità da
parte di Israele. Adesso questa nuova misura di “punizione collettiva”
ha ridotto la quantità di elettricità fornita da parte israeliana con la
scusa che le autorità palestinesi non pagano la fattura. Ma a soffrire
sono i civili che sono già poveri e devono vivere in questa situazione
che potrebbe veramente distruggere, mettere in ginocchio, tutto il
sistema sanitario. Voi dovete sapere – prosegue il responsabile della
Caritas – che non c’è cibo; dovete sapere che a Gaza secondo l’ultimo
rapporto dell’Onu, l’80% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà.
Il 46% della popolazione di Gaza è disoccupata e malgrado tutta questa
situazione drammatica continuano a mettere al mondo bambini. Quasi
cinquemila bambini nascono ogni mese! Questo vuol dire più di 55 mila
bambini all’anno. Una resistenza che io chiamo “demografica”. Allora
immaginate tutta questa popolazione che deve vivere in questa
situazione, chiusa nella più grande prigione del mondo. La situazione è
drammatica e a pagarne il prezzo è questa povera gente.
Le guerre, tre negli ultimi nove anni, oltre a lasciare morti, macerie e
distruzione hanno segnato profondamente la parte più vulnerabile della
popolazione gazawa, donne, anziani e soprattutto bambini. Statistiche
rilasciate da agenzie umanitarie internazionalialtro hanno stimato in
oltre 350mila i bambini traumatizzati dalla sola guerra del 2014;
250mila quelli che vivono in condizioni abitative non idonee. La quasi
totalità dei 950.000 bambini gazawi soffre di sintomi psicologici e
comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (PTSD),
tra cui aggressività, depressione, enuresi, flashback e un attaccamento
psicotico alla madre o ad un familiare.
Ayesh Samour, direttore dell’unico ospedale psichiatrico presente nella
Striscia, spiega: “Ai bambini di Gaza è stata negata un’infanzia normale
a causa dell’insicurezza e instabilità del loro ambiente. E non
temporaneamente. Una cultura di violenza e di morte pervade nella loro
mente, rendendoli più aggressivi e arrabbiati”. “La mancanza di
medicinali a Gaza – afferma Jehad Hessi, docente universitario e
consulente dell’ospedale ‘Ahli Arab’ – è un altro dei gravi problemi che
affliggono Gaza. Non disponiamo del 45% dei cosiddetti medicinali di
base. Non esiste radioterapia, spesso i malati oncologici cominciano un
protocollo di cure che poi devono abbandonare per l’esaurimento dei
medicinali”.
Il responsabile dell’Onu per gli Affari umanitari, Robert Piper, ha
dichiarato che Gaza è “invivibile”. Piper non ha esagerato, ha
fotografato la realtà. Una realtà voluta dagli uomini e non imposta da
una calamità naturale. Gaza si spegne. Nel silenzio del mondo…
(HUFFPOST)
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Nel disinteresse generale è un’immensa prigione a cielo aperto, isolata
dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo MOHA…
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dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo
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Non sempre è possibile verificare sul posto la profondità e la
fondatezza di un report. A me è capitato in una notte buia a Gaza. Una
notte fatta di silenzio spettrale, di case al buio, di una esistenza che
riduce, nella quotidianità, anche il suo spazio vitale. Dopo i
riflettori internazionali, nella Striscia si spegne anche la luce.
L’oscurità è la dimensione del presente che si perpetua all’infinito.
Gaza sta morendo, nel disinteresse generale. Semplicemente, non fa più
notizia. Eppure, questa immensa prigione a cielo aperto, isolata dal
mondo e messa in ginocchio dall’embargo imposto dodici anni fa da
Israele e mai cessato, è un condensato di rabbia e frustrazione che
potrebbe riesplodere da un momento all’altro.
La politica, con lo scontro interno al campo palestinese tra Hamas e
l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, per una volta lascia il
passo alla umanità che reclama voce in questa torrida e buia estate.
Gaza è macerie e risentimento, dignità e resistenza. La presenza armata
di Hamas si è fatta più stringente, oppressiva: è una dimostrazione di
forza che serve per ammonire la popolazione da possibili rivolte e al
tempo stesso è un messaggio lanciato ai gruppi salafiti che guardano
ancora all’Isis come al “veicolo” di una Jihad globale impiantata in
Palestina. A volte, e questa è una di quelle, l’occhio aiuta a percepire
l’essenza del momento più di tante esternazioni di leader politici in
cerca di consenso. E l’occhio annota una Gaza oscurata, piegata, che
chiede al mondo conto di un silenzio che si fa complice di punizioni
collettive che non trovano legittimità internazionale nella
rivendicazione d’Israele del suo diritto di difesa. Gli unici bagliori
che squarciano l’oscurità sono i trancianti dell’artiglieria israeliana,
che risponde con il cannoneggiamento nel Nord della Striscia al lancio
di razzi da parte di Hamas contro la città frontaliera di Ashkelon.
In questo frangente, più che analista sento di essere testimone oculare
della fondatezza di quanto contenuto nel rapporto di Oxfam reso pubblico
in questi giorni. La popolazione di Gaza affronta oggi una crisi
energetica peggiore di quella che si è verificata durante la guerra del
2014. Con la conseguenza che oggi circa 2 milioni di persone non hanno
quasi nessun accesso a servizi essenziali, come acqua corrente e servizi
igienici e moltissimi hanno a disposizione solo 2 ore di luce elettrica
al giorno. È l’allarme che Oxfam ha lanciato a tre anni dalla fine della
guerra che in 50 giorni devastò la Striscia. Una crisi – iniziata
quattro mesi fa – a causa delle tensioni che hanno portato al taglio da
parte di Israele del 40% dell’erogazione di elettricità sulla Striscia,
su richiesta della stessa Autorità Nazionale Palestinese. Una situazione
che sommata alla scarsità di carburante, alla crisi sanitaria e
salariale rende impossibile la vita della popolazione di Gaza.
“La crisi energetica a Gaza costringe centinaia di migliaia di
persone al limite della sopravvivenza, dovute alle tensioni tra le
autorità israeliane e palestinesi – rimarca Paolo Pezzati, policy
advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia –. Questa emergenza
deve essere risolta al più presto, perché a farne le spese è la
popolazione “intrappolata” all’interno della Striscia, che adesso è
seriamente minacciata dalla diffusione di malattie causate dalla quasi
totale carenza di servizi igienici e sanitari. Dopo la guerra nel 2014,
il 50% dei centri di trattamento delle acque reflue non funzionava più.
Oggi non funziona più nessun impianto. Ad agosto del 2014, 900 mila
persone necessitavano di acqua e servizi igienici, oggi questo numero è
salito a 2 milioni. Dopo l’ultima guerra, l’80 % della popolazione
viveva solo con 4 ore di elettricità al giorno, oggi la maggioranza
della popolazione solo con 2″.
È così. E a chi pontifica e dà voti dal suo salotto rinfrescato e iper
accessoriato, farebbe bene condividere anche per un solo giorno
l’esperienza di dover vivere con 2 ore di elettricità su 24. Sarebbe una
esperienza formativa. Tutto si arresta. Nulla più funziona. La vita si
ferma. Quella di oggi non è che l’ultima fase di un’escalation, iniziata
già nel 2006, con il bombardamento dell’unica centrale elettrica di
Gaza, che aveva costretto famiglie e imprese a poter usare l’elettricità
solo per otto ore al giorno. La situazione infatti è il risultato di 12
anni di blocco su Gaza, che sta mettendo a repentaglio anche la capacità
delle organizzazioni umanitarie come Oxfam di soccorrere la popolazione.
“Non c’è progetto, tra i tanti realizzati da Oxfam a Gaza per
portare alla popolazione acqua, servizi sanitari e sostenere i piccoli
agricoltori e lo sviluppo economico, che non sia stato condizionato
dalla mancanza di energia elettrica – continua Pezzati – Senza
elettricità impossibile qualunque tentativo di ripresa: non si possono
riattivare le centrali di desalinizzazione, i pescatori non possono
conservare la propria merce e gli agricoltori non possono irrigare. Chi
è impegnato in progetti informatici non può lavorare e le aziende sono
costrette a operare tagli del personale. I costi economici e umanitari
di questa crisi sono altissimi”.
Il tutto nel contesto di una delle aree più densamente popolate del
oltre il 43%.
“Anche senza la guerra, i palestinesi a Gaza subiscono un’emergenza
umanitaria che non dà tregua. – conclude Pezzati – È vergognoso non aver
agito e aver consentito che si arrivasse a questo punto, mettendo ancora
di più alla prova 2 milioni di persone, che già soffrono gli effetti di
un blocco illegale. Una crisi che si inserisce in quella – pure
gravissima a cinquant’anni dall’inizio dell’occupazione israeliana – che
colpisce tutto il Territorio Occupato Palestinese: qui 2,3 milioni di
uomini, donne e bambini dipendono ormai dagli aiuti umanitari per
sopravvivere e 1,6 milioni non hanno cibo a sufficienza”.
Nei territori palestinesi, il 27% della popolazione è disoccupato, in
gran parte donne e 1 persona su 4 vive in povertà. Solo a Gerusalemme
Est il 75,4% dei residenti vive con meno di 2 dollari al giorno. Gli
occhi sono collegati al cuore: e verificare sul campo le parole di Oxfam
produce emozioni forti, incancellabili. Perché quei due milioni sono
persone, non numeri, sono storie, volti, speranze, dolore, i sentimenti
che permeano una popolazione che al 54% è sotto i 18 anni. Ai Khaled,
Mahmoud, Leilah, Hassam, ai tanti bambini di Gaza ai quali dopo aver
rubato l’infanzia stanno ipotecando anche il futuro.Mahmoud ha dieci
anni e, nell’ultima guerra di Gaza, ha visto morire tra le sue braccia
la sorellina Hanan, quattro anni, durante un bombardamento aereo
israeliano. Un trauma insanabile è anche quello vissuto da Feisal, 8
anni, ultimo di sei fratelli, che in un altro bombardamento, stavolta
terrestre, di Tsahal ha perso i genitori.
Negli occhi dei bambini di Gaza si legge paura, sgomento: quegli occhi,
bellissimi e affranti, sono una denuncia che lascia il segno. I nuovi
tagli limitano l’elettricità colpiscono soprattutto le persone
ricoverate in ospedale e chi ha bisogno di una macchina per vivere.
Durante le ore di blackout i residenti utilizzano generatori privati,
pannelli solari e altre sorgenti a batteria. Ma solo chi se lo può
permettere. Attualmente si stima che l’80% della popolazione che vive a
Gaza dipenda dagli aiuti umanitari. A metà luglio le Nazioni Unite hanno
pubblicato un rapporto sul peggioramento della situazione umanitaria
nella Striscia. Si dice che le falde acquifere di Gaza potrebbe
diventare inutilizzabili entro la fine dell’anno, si parla delle
continue crisi energetiche e sanitarie e del fatto che più della metà
dei due milioni di abitanti ha problemi a trovare del cibo. Il taglio
dell’elettricità a Gaza, sottolinea Oxfam, rappresenta una misura
illegale e punitiva contro un’intera popolazione, per questo motivo
Oxfam chiede che cessi immediatamente e che tutte le parti coinvolte in
questa crisi, garantiscano agli abitanti il ripristino del normale
approvvigionamento di elettricità e carburante. Per questo motivo Oxfam
ha lanciato in questi giorni in partnership con le agenzie digitali
palestinesi – la campagna #LightsOnGaza, chiedendo di garantire energia
elettrica alla popolazione della Striscia. Di fronte a un’emergenza
umanitaria di questa portata l’Autorità Nazionale Palestinese, le
autorità che de facto controllano Gaza e Israele, devono prima di tutto
garantire la sopravvivenza a Gaza, smettendo di usare la popolazione
come merce di scambio per la risoluzione di dispute politiche.
Racconta padre Raed Abushalia, già direttore della Caritas di
“Dal 2006 la gente di Gaza è chiusa all’interno della Striscia di
360 km quadrati, la più grande prigione del mondo a cielo aperto! Da
allora non hanno che quattro o sei ore di elettricità al giorno. Durante
l’estate fa caldissimo! Immaginate due milioni di persone senza
elettricità; a Gaza c’è una sola stazione elettrica che non è
sufficiente al fornimento di elettricità per tutta la Striscia. Dunque
ricevono tre linee da parte dell’Egitto e sei linee di elettricità da
parte di Israele. Adesso questa nuova misura di “punizione collettiva”
ha ridotto la quantità di elettricità fornita da parte israeliana con la
scusa che le autorità palestinesi non pagano la fattura. Ma a soffrire
sono i civili che sono già poveri e devono vivere in questa situazione
che potrebbe veramente distruggere, mettere in ginocchio, tutto il
sistema sanitario. Voi dovete sapere – prosegue il responsabile della
Caritas – che non c’è cibo; dovete sapere che a Gaza secondo l’ultimo
rapporto dell’Onu, l’80% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà.
Il 46% della popolazione di Gaza è disoccupata e malgrado tutta questa
situazione drammatica continuano a mettere al mondo bambini. Quasi
cinquemila bambini nascono ogni mese! Questo vuol dire più di 55 mila
bambini all’anno. Una resistenza che io chiamo “demografica”. Allora
immaginate tutta questa popolazione che deve vivere in questa
situazione, chiusa nella più grande prigione del mondo. La situazione è
drammatica e a pagarne il prezzo è questa povera gente.
Le guerre, tre negli ultimi nove anni, oltre a lasciare morti, macerie e
distruzione hanno segnato profondamente la parte più vulnerabile della
popolazione gazawa, donne, anziani e soprattutto bambini. Statistiche
rilasciate da agenzie umanitarie internazionalialtro hanno stimato in
oltre 350mila i bambini traumatizzati dalla sola guerra del 2014;
250mila quelli che vivono in condizioni abitative non idonee. La quasi
totalità dei 950.000 bambini gazawi soffre di sintomi psicologici e
comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (PTSD),
tra cui aggressività, depressione, enuresi, flashback e un attaccamento
psicotico alla madre o ad un familiare.
Ayesh Samour, direttore dell’unico ospedale psichiatrico presente nella
Striscia, spiega: “Ai bambini di Gaza è stata negata un’infanzia normale
a causa dell’insicurezza e instabilità del loro ambiente. E non
temporaneamente. Una cultura di violenza e di morte pervade nella loro
mente, rendendoli più aggressivi e arrabbiati”. “La mancanza di
medicinali a Gaza – afferma Jehad Hessi, docente universitario e
consulente dell’ospedale ‘Ahli Arab’ – è un altro dei gravi problemi che
affliggono Gaza. Non disponiamo del 45% dei cosiddetti medicinali di
base. Non esiste radioterapia, spesso i malati oncologici cominciano un
protocollo di cure che poi devono abbandonare per l’esaurimento dei
medicinali”.
Il responsabile dell’Onu per gli Affari umanitari, Robert Piper, ha
dichiarato che Gaza è “invivibile”. Piper non ha esagerato, ha
fotografato la realtà. Una realtà voluta dagli uomini e non imposta da
una calamità naturale. Gaza si spegne. Nel silenzio del mondo…
(HUFFPOST)
Nel buio e nel silenzio, Gaza sta morendo…
Nel disinteresse generale è un’immensa prigione a cielo aperto, isolata
dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo MOHA…
ninofezzacinereporter.blogspot.com
Pubblicato da arial a 13:00
Umberto De Giovannangeli :Nel buio e nel silenzio,…
https://frammentivocalimo.blogspot.it/2017/08/umberto-de-giovannangeli-nel-buio-e-nel.html
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Tolgono la luce al lager?
Israele sta eseguendo la linea politica tracciata nel progetto sionista
per l'occupazione della Palestina e la cacciata o la sottomissione del
popolo ivi residente.La cosa più brutta e indegna è però la sofferenza
in cui costringe un popolo , il popolo palestinese, a vivere. Che senso
avrebbe se non questo, l'assedio e l'occupazione di questa povera gente
che nulla aveva avuto da spartire con le colpe degli altri!!!

catalano

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