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"Israele uccide ancora"
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Rocco Catalano
2018-08-08 10:51:12 UTC
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ISRAELE UCCIDE ANCORA E LA TREGUA SALTA – di Patrizia Cecconi

Pubblicato da ab il 8/8/18 • Inserito nella categoria: Primo Piano,Strillo

Ad essere preso di mira è stato un luogo che altrove sarebbe stato
chiamato ufficio o sede di riunione, o sede politica, ma che Israele
comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
di Patrizia Cecconi
Poche ore fa altre due giovani vite sono state uccise dalle armi
israeliane a nord di Gaza. Ad essere preso di mira è stato un luogo che
altrove sarebbe stato chiamato ufficio o sede di riunione, o sede
politica, ma che Israele comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
riuscendo, per la magia mediatica che le parole giuste riescono a
creare, a spegnere l’attenzione sul crimine appena commesso e ad
accenderla sulla capacità evocativa di terrore che ha la definizione
scelta e che giustifica gli omicidi a priori.
I due giovani uccisi si chiamavano Ahmad Murjan e Abed al-Hafez
al-Silawi e facevano parte delle brigate Izz al Din al Qassam, vale a
dire la resistenza armata di Hamas. Dire resistenza armata, forse è bene
cominciare a chiarirlo anche negli articoli di cronaca, non significa
dire necessariamente terrorismo, sarebbe come chiamare terrorismo l’arma
dei bersaglieri perché, facendo parte dell’esercito possiede le armi!
È l’azione o meglio ancora la strategia che precede e segue le azioni
che può essere o meno definita terrorismo e, in questo senso, la
strategia israeliana e le sue azioni sono generalmente terrorismo puro
sebbene percepite, per abilità lessico-mediatiche e patronage
internazionale, come azioni difensive e niente affatto illegali.
Per quanto Israele uccida impunemente e quindi a suo capriccio i
palestinesi visto che, come scrive il giornalista israeliano Gideon Levy
“il sangue palestinese è merce a costo zero”, una ragione precisa per
uccidere a freddo i militanti della resistenza ogni volta che si profila
una tregua con Hamas sicuramente esiste. La prima ragione che viene in
mente è la provocazione. Cioè Israele provoca la resistenza palestinese
per avere una risposta che poi, mediaticamente, userà come
giustificazione alle sue azioni potendo giocare sulla confusione dei
tempi azione-reazione e sulla benevolenza dei media mainstream che in
gran numero sotto sotto il suo indiretto o diretto controllo.
Vediamo i fatti. Hamas, con la mediazione dell’Egitto, ha accettato i
termini per una tregua che somiglia allo storico umiliante passaggio
sotto le Forche Caudine dell’esercito romano ma, per quanto umiliante,
le condizioni sempre più drammatiche in cui Israele ha gettato la
popolazione gazawa hanno indotto la dirigenza di Hamas ad accettare.
Ma Israele sembra il gigante ghiotto, quello che dopo il primo boccone
vuole il secondo e dopo il secondo il terzo fino a non avere più bocconi
da ingurgitare. Così ora Israele torna indietro e pone altre condizioni
e Hamas capisce il gioco e torna a sua volta indietro dicendo che sono
inaccettabili. Israele sta giocando al gatto col topo sapendo che il
popolo gazawo è allo stremo e non perdonerà ad Hamas di non accettare la
tregua rinunciando così ai promessi sussidi umanitari.
Ma a Gaza c’è uno zoccolo duro e questo non è dato solo dalla resistenza
organizzata. Lo ha dimostrato la partecipazione alla “Grande marcia”,
per quanto se ne volesse dare la paternità ad Hamas la “Grande marcia”
ha seguitato ad essere un movimento di popolo composto da moltissimi
palestinesi che con Hamas non spartiscono niente.
Allora cos’è che vuole Israele?
La nostra analisi non è difficile, peraltro la dinamica dei fatti
rispetta un copione ormai reiterato e facilmente riconoscibile, ma per
aver il polso della situazione dall’interno abbiamo intervistato due
palestinesi, uno di Fatah, che sceglie l’anonimato ma ci rilascia la sua
opinione, ed uno di Gaza che ci autorizza a pubblicare il suo nome.
Il palestinese di Rafah, nostra fonte attendibile abituale, ci dice che
molto semplicemente questa tregua Israele non la vuole e non solo perché
i falchi del governo ebraico seguitano a sognare una guerra genocidaria,
ma perché la tregua porterebbe aiuti umanitari e questo restituirebbe ad
Hamas un po’ di quella simpatia popolare che le durissime condizioni di
gran parte del popolo gazawo gli hanno alienato. Quindi Israele alza
continuamente la posta e ora non gli basta più la resa garantita da
Hamas, ma mette altro sul tavolo delle trattative, come le informazioni
sui suoi due soldati detenuti che, in realtà, erano già oggetto di
trattative separate a prescindere dalla tregua.
Il nostro interlocutore di Gaza city invece – il giornalista e video
maker professionale Monther Rachid, estraneo ad ogni orientamento
politico ma puro osservatore come ci tiene a precisare – è convinto che
Israele stia provocando la resistenza cercando di trascinarla in una
guerra di cui gli esiti, dal punto di vista umano, sono facilmente e
tragicamente prevedibili. Aggiunge che l’accettazione da parte di Hamas
delle condizioni egiziane ha spiazzato Israele il quale quindi ha
modificato le regole a tavolino – come ogni baro durante la partita sa
fare, aggiungiamo noi – e pone come nuova condizione per consentire il
passaggio di merci essenziali da Kerem Shalom l’ottenimento di
informazioni circa i suoi due soldati detenuti da Hamas. Secondo Monther
Israele gioca sul disastro umanitario da lui stesso prodotto per far
pressione su Hamas, sapendo che gran parte del popolo di Gaza è ormai
con l’acqua alla gola e davanti alla fame, come la Storia insegna, ogni
governo perde potere sul proprio popolo.
Insomma sembra un guerra fatta di battaglie di cui non si vede quale
potrà essere quella definitiva, quella cioè capace di interrompere lo
stillicidio di vite umane palestinesi e condurre Israele nell’alveo
della legalità. La riconciliazione Fatah – Hamas ha sicuramente il suo
peso in questo possibile percorso, ma forse proprio per questo, che non
è un motivo di poco conto, quella riconciliazione sembra impossibile a
realizzarsi.
Intanto si aspetta la reazione delle brigate Al Qassam che farà dire
ancora una volta ai media, secondo prevedibile e noioso copione, che
Hamas ha rotto la tregua.
Betlemme 7 agosto 2018
Notizia del: 07/08/2018

Israele uccide ancora e la tregua salta

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-israele_uccide_ancora_e_la_tregua_salta/82_25005/
Luigino Ferrari
2018-08-09 17:54:29 UTC
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ISRAELE UCCIDE ANCORA E LA TREGUA SALTA – di Patrizia Cecconi
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Ad essere preso di mira è stato un luogo che altrove sarebbe stato
chiamato ufficio o sede di riunione, o sede politica, ma che Israele
comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
di Patrizia Cecconi
Poche ore fa altre due giovani vite sono state uccise dalle armi
israeliane a nord di Gaza. Ad essere preso di mira è stato un luogo che
altrove sarebbe stato chiamato ufficio o sede di riunione, o sede
politica, ma che Israele comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
riuscendo, per la magia mediatica che le parole giuste riescono a
creare, a spegnere l’attenzione sul crimine appena commesso e ad
accenderla sulla capacità evocativa di terrore che ha la definizione
scelta e che giustifica gli omicidi a priori.
I due giovani uccisi si chiamavano Ahmad Murjan e Abed al-Hafez
al-Silawi e facevano parte delle brigate Izz al Din al Qassam, vale a
dire la resistenza armata di Hamas. Dire resistenza armata, forse è bene
cominciare a chiarirlo anche negli articoli di cronaca, non significa
dire necessariamente terrorismo, sarebbe come chiamare terrorismo l’arma
dei bersaglieri perché, facendo parte dell’esercito possiede le armi!
E qui mi fermo per aggiungere due parole all'improprio titolo:
(tralascio di entrare nel merito di un esposto di parte dalla prima
all'ultima riga) "Israele uccide ancora" che andrebbe corretto in:
Israele costretta a difendersi ancora, e lo fara' - su questo non ci
possono essere dubbi - sino a quando i suoi vicini: violenti,
taccabrighe, ignoranti o miserabili - a discrezione di chi legge -
le useranno violenza. Respingerai logicamente il tutto come
provocatorio se non indecoroso, ma nel frattempo purtroppo, i tuoi
amici continueranno a subire, secondo le regole di una civilta' che
potrebbe fare da battistrada se non da luminare non al proprio
minuscolo statarello, ma all'intera area Medio Oriente.
Post by Rocco Catalano
È l’azione o meglio ancora la strategia che precede e segue le azioni
che può essere o meno definita terrorismo e, in questo senso, la
strategia israeliana e le sue azioni sono generalmente terrorismo puro
sebbene percepite, per abilità lessico-mediatiche e patronage
internazionale, come azioni difensive e niente affatto illegali.
Per quanto Israele uccida impunemente e quindi a suo capriccio i
palestinesi visto che, come scrive il giornalista israeliano Gideon Levy
“il sangue palestinese è merce a costo zero”, una ragione precisa per
uccidere a freddo i militanti della resistenza ogni volta che si profila
una tregua con Hamas sicuramente esiste. La prima ragione che viene in
mente è la provocazione. Cioè Israele provoca la resistenza palestinese
per avere una risposta che poi, mediaticamente, userà come
giustificazione alle sue azioni potendo giocare sulla confusione dei
tempi azione-reazione e sulla benevolenza dei media mainstream che in
gran numero sotto sotto il suo indiretto o diretto controllo.
Vediamo i fatti. Hamas, con la mediazione dell’Egitto, ha accettato i
termini per una tregua che somiglia allo storico umiliante passaggio
sotto le Forche Caudine dell’esercito romano ma, per quanto umiliante,
le condizioni sempre più drammatiche in cui Israele ha gettato la
popolazione gazawa hanno indotto la dirigenza di Hamas ad accettare.
Ma Israele sembra il gigante ghiotto, quello che dopo il primo boccone
vuole il secondo e dopo il secondo il terzo fino a non avere più bocconi
da ingurgitare. Così ora Israele torna indietro e pone altre condizioni
e Hamas capisce il gioco e torna a sua volta indietro dicendo che sono
inaccettabili. Israele sta giocando al gatto col topo sapendo che il
popolo gazawo è allo stremo e non perdonerà ad Hamas di non accettare la
tregua rinunciando così ai promessi sussidi umanitari.
Ma a Gaza c’è uno zoccolo duro e questo non è dato solo dalla resistenza
organizzata. Lo ha dimostrato la partecipazione alla “Grande marcia”,
per quanto se ne volesse dare la paternità ad Hamas la “Grande marcia”
ha seguitato ad essere un movimento di popolo composto da moltissimi
palestinesi che con Hamas non spartiscono niente.
Allora cos’è che vuole Israele?
La nostra analisi non è difficile, peraltro la dinamica dei fatti
rispetta un copione ormai reiterato e facilmente riconoscibile, ma per
aver il polso della situazione dall’interno abbiamo intervistato due
palestinesi, uno di Fatah, che sceglie l’anonimato ma ci rilascia la sua
opinione, ed uno di Gaza che ci autorizza a pubblicare il suo nome.
Il palestinese di Rafah, nostra fonte attendibile abituale, ci dice che
molto semplicemente questa tregua Israele non la vuole e non solo perché
i falchi del governo ebraico seguitano a sognare una guerra genocidaria,
ma perché la tregua porterebbe aiuti umanitari e questo restituirebbe ad
Hamas un po’ di quella simpatia popolare che le durissime condizioni di
gran parte del popolo gazawo gli hanno alienato. Quindi Israele alza
continuamente la posta e ora non gli basta più la resa garantita da
Hamas, ma mette altro sul tavolo delle trattative, come le informazioni
sui suoi due soldati detenuti che, in realtà, erano già oggetto di
trattative separate a prescindere dalla tregua.
Il nostro interlocutore di Gaza city invece – il giornalista e video
maker professionale Monther Rachid, estraneo ad ogni orientamento
politico ma puro osservatore come ci tiene a precisare – è convinto che
Israele stia provocando la resistenza cercando di trascinarla in una
guerra di cui gli esiti, dal punto di vista umano, sono facilmente e
tragicamente prevedibili. Aggiunge che l’accettazione da parte di Hamas
delle condizioni egiziane ha spiazzato Israele il quale quindi ha
modificato le regole a tavolino – come ogni baro durante la partita sa
fare, aggiungiamo noi – e pone come nuova condizione per consentire il
passaggio di merci essenziali da Kerem Shalom l’ottenimento di
informazioni circa i suoi due soldati detenuti da Hamas. Secondo Monther
Israele gioca sul disastro umanitario da lui stesso prodotto per far
pressione su Hamas, sapendo che gran parte del popolo di Gaza è ormai
con l’acqua alla gola e davanti alla fame, come la Storia insegna, ogni
governo perde potere sul proprio popolo.
Insomma sembra un guerra fatta di battaglie di cui non si vede quale
potrà essere quella definitiva, quella cioè capace di interrompere lo
stillicidio di vite umane palestinesi e condurre Israele nell’alveo
della legalità. La riconciliazione Fatah – Hamas ha sicuramente il suo
peso in questo possibile percorso, ma forse proprio per questo, che non
è un motivo di poco conto, quella riconciliazione sembra impossibile a
realizzarsi.
Intanto si aspetta la reazione delle brigate Al Qassam che farà dire
ancora una volta ai media, secondo prevedibile e noioso copione, che
Hamas ha rotto la tregua.
Betlemme 7 agosto 2018
Notizia del: 07/08/2018
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Luigino Ferrari
2018-08-12 13:16:04 UTC
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On Thu, 09 Aug 2018 19:54:29 +0200, Luigino Ferrari
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Ad essere preso di mira è stato un luogo che altrove sarebbe stato
chiamato ufficio o sede di riunione, o sede politica, ma che Israele
comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
di Patrizia Cecconi
Poche ore fa altre due giovani vite sono state uccise dalle armi
israeliane a nord di Gaza. Ad essere preso di mira è stato un luogo che
altrove sarebbe stato chiamato ufficio o sede di riunione, o sede
politica, ma che Israele comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
riuscendo, per la magia mediatica che le parole giuste riescono a
creare, a spegnere l’attenzione sul crimine appena commesso e ad
accenderla sulla capacità evocativa di terrore che ha la definizione
scelta e che giustifica gli omicidi a priori.
I due giovani uccisi si chiamavano Ahmad Murjan e Abed al-Hafez
al-Silawi e facevano parte delle brigate Izz al Din al Qassam, vale a
dire la resistenza armata di Hamas. Dire resistenza armata, forse è bene
cominciare a chiarirlo anche negli articoli di cronaca, non significa
dire necessariamente terrorismo, sarebbe come chiamare terrorismo l’arma
dei bersaglieri perché, facendo parte dell’esercito possiede le armi!
E qui mi fermo per aggiungere due parole all'improprio titolo:
(tralascio di entrare nel merito di un esposto di parte dalla prima
all'ultima riga) "Israele uccide ancora" che andrebbe corretto in:
Israele costretta a difendersi ancora, e lo fara' - su questo non ci
possono essere dubbi - sino a quando i suoi vicini: violenti,
taccabrighe, ignoranti o miserabili - a discrezione di chi legge -
le useranno violenza. Respingerai logicamente il tutto come
provocatorio se non indecoroso, ma nel frattempo purtroppo, i tuoi
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potrebbe fare da battistrada se non da luminare non al proprio
minuscolo statarello, ma all'intera area Medio Oriente.
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che può essere o meno definita terrorismo e, in questo senso, la
strategia israeliana e le sue azioni sono generalmente terrorismo puro
sebbene percepite, per abilità lessico-mediatiche e patronage
internazionale, come azioni difensive e niente affatto illegali.
Per quanto Israele uccida impunemente e quindi a suo capriccio i
palestinesi visto che, come scrive il giornalista israeliano Gideon Levy
“il sangue palestinese è merce a costo zero”, una ragione precisa per
uccidere a freddo i militanti della resistenza ogni volta che si profila
una tregua con Hamas sicuramente esiste. La prima ragione che viene in
mente è la provocazione. Cioè Israele provoca la resistenza palestinese
per avere una risposta che poi, mediaticamente, userà come
giustificazione alle sue azioni potendo giocare sulla confusione dei
tempi azione-reazione e sulla benevolenza dei media mainstream che in
gran numero sotto sotto il suo indiretto o diretto controllo.
Vediamo i fatti. Hamas, con la mediazione dell’Egitto, ha accettato i
termini per una tregua che somiglia allo storico umiliante passaggio
sotto le Forche Caudine dell’esercito romano ma, per quanto umiliante,
le condizioni sempre più drammatiche in cui Israele ha gettato la
popolazione gazawa hanno indotto la dirigenza di Hamas ad accettare.
Ma Israele sembra il gigante ghiotto, quello che dopo il primo boccone
vuole il secondo e dopo il secondo il terzo fino a non avere più bocconi
da ingurgitare. Così ora Israele torna indietro e pone altre condizioni
e Hamas capisce il gioco e torna a sua volta indietro dicendo che sono
inaccettabili. Israele sta giocando al gatto col topo sapendo che il
popolo gazawo è allo stremo e non perdonerà ad Hamas di non accettare la
tregua rinunciando così ai promessi sussidi umanitari.
Ma a Gaza c’è uno zoccolo duro e questo non è dato solo dalla resistenza
organizzata. Lo ha dimostrato la partecipazione alla “Grande marcia”,
per quanto se ne volesse dare la paternità ad Hamas la “Grande marcia”
ha seguitato ad essere un movimento di popolo composto da moltissimi
palestinesi che con Hamas non spartiscono niente.
Allora cos’è che vuole Israele?
La nostra analisi non è difficile, peraltro la dinamica dei fatti
rispetta un copione ormai reiterato e facilmente riconoscibile, ma per
aver il polso della situazione dall’interno abbiamo intervistato due
palestinesi, uno di Fatah, che sceglie l’anonimato ma ci rilascia la sua
opinione, ed uno di Gaza che ci autorizza a pubblicare il suo nome.
Il palestinese di Rafah, nostra fonte attendibile abituale, ci dice che
molto semplicemente questa tregua Israele non la vuole e non solo perché
i falchi del governo ebraico seguitano a sognare una guerra genocidaria,
ma perché la tregua porterebbe aiuti umanitari e questo restituirebbe ad
Hamas un po’ di quella simpatia popolare che le durissime condizioni di
gran parte del popolo gazawo gli hanno alienato. Quindi Israele alza
continuamente la posta e ora non gli basta più la resa garantita da
Hamas, ma mette altro sul tavolo delle trattative, come le informazioni
sui suoi due soldati detenuti che, in realtà, erano già oggetto di
trattative separate a prescindere dalla tregua.
Il nostro interlocutore di Gaza city invece – il giornalista e video
maker professionale Monther Rachid, estraneo ad ogni orientamento
politico ma puro osservatore come ci tiene a precisare – è convinto che
Israele stia provocando la resistenza cercando di trascinarla in una
guerra di cui gli esiti, dal punto di vista umano, sono facilmente e
tragicamente prevedibili. Aggiunge che l’accettazione da parte di Hamas
delle condizioni egiziane ha spiazzato Israele il quale quindi ha
modificato le regole a tavolino – come ogni baro durante la partita sa
fare, aggiungiamo noi – e pone come nuova condizione per consentire il
passaggio di merci essenziali da Kerem Shalom l’ottenimento di
informazioni circa i suoi due soldati detenuti da Hamas. Secondo Monther
Israele gioca sul disastro umanitario da lui stesso prodotto per far
pressione su Hamas, sapendo che gran parte del popolo di Gaza è ormai
con l’acqua alla gola e davanti alla fame, come la Storia insegna, ogni
governo perde potere sul proprio popolo.
Insomma sembra un guerra fatta di battaglie di cui non si vede quale
potrà essere quella definitiva, quella cioè capace di interrompere lo
stillicidio di vite umane palestinesi e condurre Israele nell’alveo
della legalità. La riconciliazione Fatah – Hamas ha sicuramente il suo
peso in questo possibile percorso, ma forse proprio per questo, che non
è un motivo di poco conto, quella riconciliazione sembra impossibile a
realizzarsi.
Intanto si aspetta la reazione delle brigate Al Qassam che farà dire
ancora una volta ai media, secondo prevedibile e noioso copione, che
Hamas ha rotto la tregua.
Betlemme 7 agosto 2018
Notizia del: 07/08/2018
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Alberto Crei
2018-08-12 16:19:48 UTC
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chiamato ufficio o sede di riunione, o sede politica, ma che Israele
comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
di Patrizia Cecconi
Poche ore fa altre due giovani vite sono state uccise dalle armi
israeliane a nord di Gaza. Ad essere preso di mira è stato un luogo che
altrove sarebbe stato chiamato ufficio o sede di riunione, o sede
politica, ma che Israele comunica alla stampa come “postazione di Hamas”
riuscendo, per la magia mediatica che le parole giuste riescono a
creare, a spegnere l’attenzione sul crimine appena commesso e ad
accenderla sulla capacità evocativa di terrore che ha la definizione
scelta e che giustifica gli omicidi a priori.
I due giovani uccisi si chiamavano Ahmad Murjan e Abed al-Hafez
al-Silawi e facevano parte delle brigate Izz al Din al Qassam, vale a
dire la resistenza armata di Hamas. Dire resistenza armata, forse è bene
cominciare a chiarirlo anche negli articoli di cronaca, non significa
dire necessariamente terrorismo, sarebbe come chiamare terrorismo l’arma
dei bersaglieri perché, facendo parte dell’esercito possiede le armi!
(tralascio di entrare nel merito di un esposto di parte dalla prima
Israele costretta a difendersi ancora, e lo fara' - su questo non ci
possono essere dubbi - sino a quando i suoi vicini: violenti,
taccabrighe, ignoranti o miserabili - a discrezione di chi legge -
le useranno violenza. Respingerai logicamente il tutto come
provocatorio se non indecoroso, ma nel frattempo purtroppo, i tuoi
amici continueranno a subire, secondo le regole di una civilta' che
potrebbe fare da battistrada se non da luminare non al proprio
minuscolo statarello, ma all'intera area Medio Oriente.
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È l’azione o meglio ancora la strategia che precede e segue le azioni
che può essere o meno definita terrorismo e, in questo senso, la
strategia israeliana e le sue azioni sono generalmente terrorismo puro
sebbene percepite, per abilità lessico-mediatiche e patronage
internazionale, come azioni difensive e niente affatto illegali.
Per quanto Israele uccida impunemente e quindi a suo capriccio i
palestinesi visto che, come scrive il giornalista israeliano Gideon Levy
“il sangue palestinese è merce a costo zero”, una ragione precisa per
uccidere a freddo i militanti della resistenza ogni volta che si profila
una tregua con Hamas sicuramente esiste. La prima ragione che viene in
mente è la provocazione. Cioè Israele provoca la resistenza palestinese
per avere una risposta che poi, mediaticamente, userà come
giustificazione alle sue azioni potendo giocare sulla confusione dei
tempi azione-reazione e sulla benevolenza dei media mainstream che in
gran numero sotto sotto il suo indiretto o diretto controllo.
Vediamo i fatti. Hamas, con la mediazione dell’Egitto, ha accettato i
termini per una tregua che somiglia allo storico umiliante passaggio
sotto le Forche Caudine dell’esercito romano ma, per quanto umiliante,
le condizioni sempre più drammatiche in cui Israele ha gettato la
popolazione gazawa hanno indotto la dirigenza di Hamas ad accettare.
Ma Israele sembra il gigante ghiotto, quello che dopo il primo boccone
vuole il secondo e dopo il secondo il terzo fino a non avere più bocconi
da ingurgitare. Così ora Israele torna indietro e pone altre condizioni
e Hamas capisce il gioco e torna a sua volta indietro dicendo che sono
inaccettabili. Israele sta giocando al gatto col topo sapendo che il
popolo gazawo è allo stremo e non perdonerà ad Hamas di non accettare la
tregua rinunciando così ai promessi sussidi umanitari.
Ma a Gaza c’è uno zoccolo duro e questo non è dato solo dalla resistenza
organizzata. Lo ha dimostrato la partecipazione alla “Grande marcia”,
per quanto se ne volesse dare la paternità ad Hamas la “Grande marcia”
ha seguitato ad essere un movimento di popolo composto da moltissimi
palestinesi che con Hamas non spartiscono niente.
Allora cos’è che vuole Israele?
La nostra analisi non è difficile, peraltro la dinamica dei fatti
rispetta un copione ormai reiterato e facilmente riconoscibile, ma per
aver il polso della situazione dall’interno abbiamo intervistato due
palestinesi, uno di Fatah, che sceglie l’anonimato ma ci rilascia la sua
opinione, ed uno di Gaza che ci autorizza a pubblicare il suo nome.
Il palestinese di Rafah, nostra fonte attendibile abituale, ci dice che
molto semplicemente questa tregua Israele non la vuole e non solo perché
i falchi del governo ebraico seguitano a sognare una guerra genocidaria,
ma perché la tregua porterebbe aiuti umanitari e questo restituirebbe ad
Hamas un po’ di quella simpatia popolare che le durissime condizioni di
gran parte del popolo gazawo gli hanno alienato. Quindi Israele alza
continuamente la posta e ora non gli basta più la resa garantita da
Hamas, ma mette altro sul tavolo delle trattative, come le informazioni
sui suoi due soldati detenuti che, in realtà, erano già oggetto di
trattative separate a prescindere dalla tregua.
Il nostro interlocutore di Gaza city invece – il giornalista e video
maker professionale Monther Rachid, estraneo ad ogni orientamento
politico ma puro osservatore come ci tiene a precisare – è convinto che
Israele stia provocando la resistenza cercando di trascinarla in una
guerra di cui gli esiti, dal punto di vista umano, sono facilmente e
tragicamente prevedibili. Aggiunge che l’accettazione da parte di Hamas
delle condizioni egiziane ha spiazzato Israele il quale quindi ha
modificato le regole a tavolino – come ogni baro durante la partita sa
fare, aggiungiamo noi – e pone come nuova condizione per consentire il
passaggio di merci essenziali da Kerem Shalom l’ottenimento di
informazioni circa i suoi due soldati detenuti da Hamas. Secondo Monther
Israele gioca sul disastro umanitario da lui stesso prodotto per far
pressione su Hamas, sapendo che gran parte del popolo di Gaza è ormai
con l’acqua alla gola e davanti alla fame, come la Storia insegna, ogni
governo perde potere sul proprio popolo.
Insomma sembra un guerra fatta di battaglie di cui non si vede quale
potrà essere quella definitiva, quella cioè capace di interrompere lo
stillicidio di vite umane palestinesi e condurre Israele nell’alveo
della legalità. La riconciliazione Fatah – Hamas ha sicuramente il suo
peso in questo possibile percorso, ma forse proprio per questo, che non
è un motivo di poco conto, quella riconciliazione sembra impossibile a
realizzarsi.
Intanto si aspetta la reazione delle brigate Al Qassam che farà dire
ancora una volta ai media, secondo prevedibile e noioso copione, che
Hamas ha rotto la tregua.
Betlemme 7 agosto 2018
Notizia del: 07/08/2018
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