Discussione:
Se si facesse a Israele quello che Israele fa agli altri...!
(troppo vecchio per rispondere)
Rocco Catalano
2018-06-18 10:32:30 UTC
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‘Hanno distrutto tutto’: la guerra lunga decenni di Israele contro i
beduini Jahalin

Pubblicato da ab il 17/6/18 • Inserito nella categoria: Primo
Piano,Strillo,Esperienze,Testimonianze

16 giugno 2018
Espulsi dalle forze israeliane dal Negev, poi costretti a vivere vicino
a una discarica, i beduini Jahalin hanno perso le loro case ancestrali e
il loro tradizionale modo di vivere. L’imminente trasferimento forzato
di Khan al-Ahmar è solo l’ultima lotta nella storia di privazione della
tribù beduina
Di Joshua Leifer
13 giugno 2018
Appena fuori la città palestinese di Eizariya nella Cisgiordania
occupata, sul lato di una autostrada trafficata, è situata una serie di
piccoli appezzamenti di spazzatura sparpagliata. Rimasugli piegati di
tubi di metallo sporgono da pile di lattine accartocciate e bottiglie
rotte. Sacchi di plastica triturati svolazzano nel vento quando le
macchine vi corrono accanto. Camion della spazzatura scaricano il loro
carico tossico alla discarica di Abu Dis appena a 500 metri di distanza.
Il tanfo della spazzatura che brucia rende l’aria pungente.
Quest’area è conosciuta come Jahalin West, dove il governo israeliano
progetta di trasferire forzatamente i 181 residenti di Khan al-Ahmar, un
borgo di beduini palestinesi che affrontano un’imminente demolizione.
L’Alta Corte di Israele nel tardo maggio ha sentenziato che il governo
poteva riallocare gli abitanti di Khan al-Ahmar malgrado la loro
opposizione al sito di ricollocamento pianificato. Mentre scriviamo, i
residenti di Khan al-Ahmar dicono che hanno intenzione di restare sulla
loro terra – anche se i bulldozer dell’esercito demoliranno le loro case
e la scuola che serve i bambini del villaggio e quelli dei villaggi
circostanti.
“Porteresti la tua famiglia a vivere in quest’area, vicino alla
discarica?“, chiede Eid Abu Khammis, il portavoce della comunità di Khan
al-Ahmar, pochi giorni dopo la decisione della Corte.
Cosa esattamente aspetti i beduini di Khan al-Ahmar resta incerto. Se
l’esercito andasse domani a demolire il villaggio, “sarebbe una sorta di
punto morto e la questione sarebbe chi capitolerebbe per primo“, dice
Jeremy Milgrom, un membro di Rabbini per i Diritti Umani che ha lavorato
con le comunità beduine nell’area per decenni.
Se i residenti di Khan al-Ahmar restassero sulla loro terra contro i
desideri del governo, l’esercito potrebbe dichiarare una zona militare
chiusa e arrestarli, aggiunge Milgrom. Potrebbero disperdersi e cercare
una nuova terra da qualche altra parte.
Ad oggi, nessuna ristrutturazione è stata fatta al sito di Jahalin West
nell’imminenza delle demolizioni pianificate. Nessuna infrastruttura,
niente acqua, o elettricità. Nessuna casa a modulo temporaneo li
aspetta, come quelle dei coloni israeliani fuori dall’avamposto di Nativ
Avot spostati martedì dopo che la polizia israeliana li ha sfrattati.
Khan al-Ahmar sta combattendo i tentativi del governo israeliano di
demolire il villaggio e ricollocare i suoi abitanti da almeno un
decennio. Facendo questo, esso è diventato a livello internazionale un
sito riconosciuto di opposizione al trasferimento forzato da parte di
Israele dei palestinesi fuori dall’Area C della Cisgiordania, che è
sotto il pieno controllo militare e civile di Israele, e dove ai
palestinesi è effettivamente proibito di costruire case e scuole. Altri
villaggi in Area C, come Susiya nelle South Hebron Hills, sono stati il
punto focale di simili campagne contro i piani di demolizione e
sfollamento forzato.
In passato, la pressione delle diplomazie americane ed europee si sono
succedute nell’evitare le demolizioni che sembravano imminenti. Nelle
settimane dalla decisione dell’Alta Corte, Khan al-Ahmar è di nuovo
diventato un sito di attività frenetica, tra cui proteste e conferenze
stampa, ed attivisti e giornalisti israeliani ed internazionali hanno
guidato su e giù per la strada non pavimentata che conduce al villaggio.
La lotta di Khan al-Ahmar è l’ultimo capitolo nella storia lunga 70 anni
della tribù beduina dei Jahalin di privazione e ricollocamento forzato
da parte del governo israeliano. Attraverso la strada dagli appezzamenti
pieni di rifiuti concepiti per i residenti di Khan al-Ahmar c’è il
piccolo paese di Arab al-Jahalin, conosciuto anche semplicemente come
al-Jabal – in arabo, la montagna. Una schiera irregolare di case di
cemento e di case semi-pavimentate, al-Jabal è dimora per circa 1500
persone, tutte beduini Jahalin che sono stati espulsi dai loro villaggi
nelle colline circostanti durante i due decenni passati.
Prima dell’istituzione di Israele, i Jahalin vivevano nella zona di Tel
Arad nel Negev, situato nell’attuale Israele. Dopo la guerra del 1948,
l’esercito israeliano li costrinse fuori dai loro villaggi e in
Cisgiordania; si stabilirono sulle colline di roccia rosea di quello
oggi è noto come Mishor Adumim. Quando Israele occupò la Cisgiordania
nel 1967, i Jahalin si trovarono di nuovo alla mercé delle IDF.
Negli anni ’90, il governo israeliano giunse a vedere i Jahalin, che per
lo più vivevano in villaggi non riconosciuti senza acqua corrente o
elettricità, come un ostacolo ai loro piani di espansione. Iniziando nel
1997, Israele demolì tre dei loro villaggi e trasferì forzatamente gli
abitanti in quello che ora è al-Jabal, dove appena 12 famiglie Jahalin
vivevano a quel tempo.
Dopo essere stati espulse e trasferite in autobus nelle loro nuove case
di al-Jabal, ogni famiglia ricevette un container in cui vivere, e dove
vissero per oltre tre anni. Un rapporto delle Nazioni Unite del 1998
condannò “il modo in cui il Governo di Israele aveva dato casa a queste
famiglie in vani container di acciaio in una discarica ad Abu Dis, in
condizioni di vita subumane“.
Le autorità israeliane sfollarono altre 35 famiglie Jahalin a febbraio
1998, e nel 2007, altre più di 50 famiglie che vivevano alla periferia
di al-Jabal furono incorporate senza essere sfollate.
Salah, un uomo di mezza età con un ampio sorriso, era giovane quando fu
trasferito forzatamente ad al-Jabal nel 1998. I bulldozer vennero al
villaggio con centinaia di soldati e poliziotti, ricorda. “Distrussero
tutto“.
Un cortometraggio fatto alla fine degli anni ’90 sui Jahalin documenta
la demolizione: la polizia che trascina le persone fuori dalle loro
case, spingendole e picchiandole, i bulldozer dell’esercito che
trasformano le baracche del villaggio in cumuli di macerie. Quando
arrivarono ad al-Jabal, ricorda Salah, non c’era niente; ci vollero più
di due anni per costruire abitazioni appropriate e più di cinque per
collegare le nuove case all’elettricità.
“Anche adesso, non siamo ancora felici“, dice Salah, 20 anni dopo
l’espulsione. “Ci manca il nostro vecchio modo di vivere“.
Mohammed, uno dei figli di Salah, tira fuori il suo cellulare per
mostrarci una fotografia di suo padre che accudisce il suo gregge.
“Questo è papà con le pecore, vuole vivere così”.
L’espulsione forzata da parte del governo israeliano dei Jahalin dai
loro villaggi ha fatto più che semplicemente ricollocarli; ha distrutto
il loro tradizionale modo di vivere. Un popolo abituato a pascolare
liberamente capre e pecore su e giù per le colline del deserto della
Giudea deve ora trarre la propria sussistenza confinato in ovili di
pochi metri quadrati.
La perdita della libertà richiesta per la pastorizia significa che la
comunità ha perso quella che una volta era la principale risorsa di
sussistenza. Negli anni successivi agli Accordi di Oslo, i Jahalin sono
stati forzatamente trasformati da una comunità mobile pastorale in una
forza lavoro urbana industriale.
Oggi, la maggior parte degli uomini di al-Jabal lavora come manovali
nella confinante città di Eizariya o nei circostanti insediamenti
coloniali, costruendo le case per le persone che li hanno espulsi dalle
loro.
Iyad, 30 anni e padre di due figli, era un bambino quando Israele demolì
il suo villaggio per costruire un nuovo quartiere nell’insediamento di
Maale Adumim. Indica i paralleli tra la distruzione del suo villaggio e
il destino che attende Khan al-Ahmar.
“Allora era il Ramadan, ora è il Ramadan“, dice. Khan al-Ahmar, aggiunge
Iyad “è come un campo per rifugiati“. E non è ottimista circa il suo
destino. “Quello che è successo a noi succederà esattamente a loro“.
Funzionari ONU hanno condannato il piano di demolizione e trasferimento
forzato di Khan al-Ahmar. Il direttore UNRWA delle Operazioni in
Cisgiordania, Scott Anderson, ha avvertito che il piano del governo
israeliano, se eseguito, “sarebbe una grave violazione della Convenzione
di Ginevra“.
Pochi giorni dopo che la Corte ha dato luce verde a demolire Khan
al-Ahmar, Eid Abu Khammis siede in una tenda dove sta accogliendo
attivisti e giornalisti internazionali per tutto il giorno. Con il
telefono in una mano, una sigaretta nell’altra, controlla le notizie,
scuotendo la mano mentre fa cadere la cenere a terra.
Il villaggio è tranquillo, forse per la prima volta dal mattino. Un
senso di disperazione comincia a riempire il silenzio. Allora Abu
Khammis guarda e fa un gesto, con la sigaretta accesa nella mano, verso
i tetti di mattoni rossi di Maale Adumim in lontananza.
“Vedi quelli”, dice. “Io ero là prima di quelle città“
Oren Ziv ha contribuito a questo rapporto
972MAG.COM
‘They destroyed everything’: Israel’s decades-long war against the
Jahalin Bedouin | +972 Magazine
Expelled by Israeli forces from the Negev, then forced to live next to a
garbage dump, the Jahalin Bedouin have lost their ancestral homes and
their traditional way of life. The impending forced displacement of…
Tratto da: Il Popolo Che Non Esiste
Contrassegnato con i tag: 972MAG.COM, Abu Dis, Joshua Leifer, Oren Ziv,
Rabbini per i Diritti Umani, SCUOLA DI GOMME, beduini Jahalin,
deportazione beduini palestinesi, insediamento di Maale Adumim, rabbino
Jeremy Milgrom, villaggio beduino di Al-Khan al-Ahmar, zona E1

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http://www.avg.com
Confucio Lolla
2018-06-18 11:10:29 UTC
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Raw Message
i Jahalin sono stati forzatamente trasformati da una comunità mobile
pastorale in una forza lavoro urbana industriale.
Che crudeltà.
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Concludendo nel 2017 al culo lo avranno o il sottoscritto o la massa di
idioti elencati nella www.asps.it/gotha.htm
Leonardo:
...ti serve mica un po' di vasellina... della pomata... un tappezziere?
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